Sempre, quando fa freddo, mi sento piu' solo...
E' Il verso iniziale di un romanzo di Henning Mankell, letto una fredda mattina di fine ottobre su un quotidiano gratuito, di quelli che vengono distribuiti nei pressi della metro
o nelle caffetterie. Il contatto che si ha con centinaia di persone sui mezzi pubblici, alla mattina presto, pigiati come sardine mentre si viagga verso i luoghi di lavoro.
A nessuno viene voglia di parlare. Anzi, la moltitudine e' solo un peso, un fastidio. Si passa dal freddo pungente della mattina autunnale al calore dell'aria viziata degli
scomparti dei vagoni.
Riflettevo leggendo quel breve verso. Il freddo ci intorpidisce e ci spinge verso il calore. Ma mal sopportiamo pure quello, o peggio, a
volte ci impaurisce piu' del freddo.
E' cosi' anche con gli altri. Ci sentiamo soli, ci proiettiamo verso qualcuno. Che persona sia, scoprirlo e' un viaggio. Che non sempre affrontiamo.
Ma soprattutto, e' un viaggio che non siamo in grado di affrontare senza inibizioni, paure, pregiudizi.
Scrivere qualcosa sull'argomento mi interessava. Avevo sperimentato il linguaggio video con un piccolo esperimento qualche mese prima. Osservare con una telecamera un
ambiente che conoscevo bene. I miei amici, presso luoghi abituali di vacanza. Con discrezione cercavo nei volti quelle emozioni per cui si vive. O si cerca di vivere.
Fui soddisfatto della cosa e decisi che il prossimo passo era quello di scrivere una sceneggiatura per poter girare un cortometraggio.
D'altronde, avevo sempre amato il cinema e la scommessa di allestire una piccola produzione, sebbene con pochi mezzi e ancor meno esperienza, mi intrigava.
Non avevo idee particolari. Mi venivano solo in mente due persone che in un bar o in una caffetteria abbastanza anonima riflettevano su qualcosa. Qualcosa di strano...
Inoltre, mi piaceva guardare la sera le auto sfrecciare sui cavalcavia della citta'. Avevo bisogno di qualcuno che, sentiti i miei motivi, potesse scrivere una sceneggiatura.
L'idea era quella di ambientare dei dialoghi in un bar. Un posto senza pretese, poco ricercato. Il protagonista incontra in questo bar in 3 distinti momenti, 3 diverse
ragazze.
Un caro amico di Napoli, Cristiano, mi preparò un canovaccio intitolato XKE' NO?.Si discostava dalla mia idea ma quella domanda nel titolo celava al
suo interno molti significati. xke' no? divenne il nome in codice del progetto.
Farsi scrivere da altri la sceneggiatura si rivelò impresa più ardua del previsto, e fu mia sorella Roberta, grande appassionata del cinema muto e di prima della guerra, a
darmi i giusti input.
"Parti dalla scena che hai in mente e prova ad immaginarne il seguito" mi disse una sera.
Cosi' e' stato e cosi' nacque la sceneggiatura.